Tomb Raider (2018)

Questo film vuole essere un reboot cinematografico del franchise di Tomb Raider, esattamente come il videogioco del 2013 era stato un reboot non solo del franchise ma anche della formula su cui i giochi precedenti erano basati. Apro una breve parentesi sui film con Angelina Jolie: il primo (Tomb Raider, 2001) è un mediocre eppur divertente film d’azione, completamente privo di ogni forma di pretesa, negli anni ha acquisito fama come filmetto guardabile, ed è tutto sommato innocuo. Il secondo (Tomb Raider, The Cradle of Life, 2003) invece è piuttosto bruttino, e privo di quegli elementi gradevoli che aveva il precedente.

Il trailer del nuovo Tomb Raider mi aveva moderatamente incuriosito, mostrando non solo una inusuale fedeltà al videogioco ma metteva anche in chiaro di voler trattare la protagonista Lara Croft con il dovuto rispetto, abbandonando lo spudorato fanservice dei film precedenti e introducendo le sue nuove armi, l’arco e la piccozza per scalare, invece delle appariscenti due pistole. E c’erano anche diverse cose che mi attiravano, primo tra tutti gli attori: dalla giovane ma molto capace Alicia Vikander (Ex-Machina e The Danish Girl) nei panni della protagonista, a Dominic West (ha ricevuto due nomination ai Golden Globe per The Wire e The Affair) nei panni di Richard Croft, e Daniel Wu (il protagonista della serie d’azione Into the Badlands) che interpreta il capitano di nave Lu Ren.

Poi ho visto il film. E… quello che posso dire è peccato, perché tutto il talento (attoriale e registico) è in ultimo sprecato in un film che trasuda mediocrità da ogni poro, e che in ultimo non ha molto a che fare con il videogioco a cui è ispirato. Intendiamoci, il film non è orribile, anzi, si vede che il regista norvegese Roar Uthaug ha delle buone idee in particolare per quanto riguarda il montaggio e la presentazione dei personaggi. La protagonista in particolare è presentata bene, considerando tutti i problemi che il personaggio ha a livello di sceneggiatura: stesso discorso per Lu Ren, introdotto in modo più conciso ma altrettanto efficace. Le scene d’azione sono invece un po’ una via di mezzo: tendono ad essere piuttosto confuse e spesso non è chiaro quello che sta succedendo. L’unica sequenza degna è quella dell’aeroplano (se ne vedono alcune parti nei trailer) ed è presa pari pari dal videogioco.

Prima di parlare della trama del film, devo aprire un’obbligatoria parentesi sulla trama del videogioco a cui il film è direttamente ispirato: ne ho parlato male nella mia recensione di Rise of the Tomb Raider (disponibile sul sito), poiché soffre al confronto con la trama di RoTR (che è più articolata, con personaggi secondari più memorabili e un antagonista eccezionale). Eppure il punto forte della trama di TR2013 è la sua semplice, funzionale linearità: vero, è a tratti prevedibile (e certamente migliorabile in alcuni suoi aspetti), ma tutti gli elementi (ovvero i punti principali della trama e gli archi narrativi dei personaggi principali) sono narrati in modo soprendentemente fluido e coerente. E, per quanto non sia una sceneggiatura eccezionale, è raccontata però in modo molto sciolto e, soprattutto, non ha paura di correre rischi, introducendo anche alcuni elementi di horror, finendo per creare atmosfera e immergere il più possibile il giocatore nella vicenda. Proprio per la sua funzionalità, è una trama che, con pochi efficaci aggiustamenti, si adatterebbe molto bene a un formato cinematografico, come peraltro Mad Max: Fury Road ha fatto nel 2015 (ci sono alcune differenze e il contesto ambientativo è diverso, ma la struttura di trama è simile, ovvero il/la protagonista e i suoi alleati che devono sopravvivere in un ambiente ostile a un gruppo di nemici fanatici e irriducibili). Il film invece cambia completamente la struttura e… pasticcia. La prima parte introduce il personaggio di Lara Croft e la seconda parte si svolge sull’isola. E tuttavia non corre nessun rischio: dove il videogioco aveva brutali uccisioni, laghi di sangue e culti fanatici di demoni assetati di potere (il tutto condito da un chiaro e tuonante messaggio femminista), il film ha… ehm, fatemi pensare… mercenari cattivi e frustrati? A costo di apparire insensibile e brutale.  😀

Inoltre vengono fatte alcune scelte molto discutibili intorno al personaggio di Lara Croft: nel videogioco ha un dottorato in archeologia preso l’University College di Londra e la ricerca dell’isola perduta di Yamatai è una sua passione personale, motivata ulteriormente dal tragico suicidio del padre (anch’egli archeologo e caduto in disgrazia). Come sopra, è un background lineare e prevedibile ma al contempo perfettamente funzionale all’economia del personaggio stesso (una giovane donna forte, intelligente e molto motivata). Nel film vive per strada facendo il corriere (cosa cre-di-bi-lis-si-ma per una donna così attraente e muscolosa, mi ricorda Mila Kunis che pulisce gabinetti in Jupiter Ascending) fino a quando non decide (più per sbaglio che per caso) di prendere possesso della sua eredità e dopo cinque ulteriori (e si può tranquillamente dire superflui) passaggi (che non rivelo causa spoiler) arriva finalmente all’isola. Di nuovo, il film complica le cose e finisce per pasticciare rendendo il personaggio meno credibile e rovinando qualsiasi credibilità e immersione che gli attori (e la regia) fossero faticosamente riusciti a creare.

Infine, non posso non menzionare la profonda delusione del finale (gli ultimi venti minuti), contenente una quantità di salti logici da fare invidia all’intera popolazione mondiale di canguri. Non posso sfortunatamente entrare nei dettagli causa spoiler, ma non è di certo una buona conclusione. In particolare rivela una completa inettitudine da parte degli sceneggiatori (e probabilmente anche della regia) nel gestire l’elemento soprannaturale: seriamente, la stupidità del colpo di scena finale è degna della più plateale gif di facepalm che vi venga in mente 😀

Specifiche a parte, in generale il film commette l’errore di trattare Lara come una supereroina, le armi, i sidekick, il sacrificio, la scena alla fine del film e le numerose “citazioni” dell’Ultima Crociata (che denotano una meravigliosa e quasi stupefacente mancanza di fantasia della sceneggiatura). Il videogioco invece aveva un approccio completamente diverso: Lara non è un’eroe, è, come Max in Mad Max: Fury Road, un sopravvissuto. Non a caso la tagline di TR2013 è: “A Survivor is Born”, e tutti i riferimenti al fatto che lei sia un’eroina sono o per scherzo, o per estrema e palese ingenuità, o per scherno, come nel caso dell’antagonista (“You think yourself a hero, Lara? There are no heroes in this Godforsaken place!”). E invece di perdere tempo con tutta la prima parte fuori dall’isola, il videogioco ha modo di soffermarsi su piccoli dettagli (come il semplice atto di accendere un fuoco, ovvero la prima reale azione di Lara nel videogioco, una sottile ma inequivocabile asserzione di controllo sull’ostile ambiente circostante) che rafforzano il personaggio della protagonista e danno tempo al giocatore di apprezzare lo scenario esotico dell’isola di Yamatai.

In conclusione, la critica ha definito questo film come il ‘meno brutto’ tra quelli tratti dai videogiochi. Onestamente mi trovo a preferire quello del 2001, che era brutto eppure non solo sapeva benissimo di esserlo, ma aveva anche un tono più uniforme (completamente sopra le righe, ma uniforme nel corso del film) e correva molti più rischi. Questo film si allontana suo malgrado dal videogioco per scadere nella mediocrità e azzopparsi da solo. La sceneggiatura ha fin troppe lacune per essere presa sul serio, e questo nonostante gli attori e la regia facciano il possibile per restituire credibilità alla pellicola. Ne sconsiglio la visione, se siete curiosi di vedere una storia simile narrata in modo coerente e con una protagonista all’altezza della situazione, usate i soldi del cinema per comprare il videogioco e godetevelo, attualmente è a 14,99 € su Steam.

Voto: 5

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